12/08/2022

I Giovani  sono un seme di speranza. Anche in questa edizione i tirocinanti si sono destreggiati con il ‘giornalismo’ e un loro lavoro è stato selezionato per una pubblicazione.

Ancora una volta il presidente di Libera Impresa Rosario Cunsolo mi ha coinvolto, scrive Laura Distefano,  come coordinatrice della redazione catanese di LiveSicilia (giornale diretto da Antonio Condorelli) nel tirocinio formativo che realizza con l’Università di Catania sui temi della legalità e dell’antiracket. Un percorso bellissimo in cui ho conosciuto studenti che hanno voglia di cambiare questo mondo ancora troppo inquinato e infiltrato.

Questa volta il tema era l’intervista a uno dei ‘relatori’ del tirocinio di Libera Impresa. La studentessa Elisa Sorbello ha scelto di raccontare la storia ‘unica’ di Luana Ilardo.

Luana Ilardo: “Lo studio vi rende liberi”

Lo spazio virtuale ancora una volta è diventato un campo di ‘formazione’ per alcuni studenti dell’Università di Catania che hanno scelto di intraprendere il percorso formativo-lavorativo con l’associazione antiracket Libera Impresa presieduta da Rosario Cunsolo. Un’esperienza – guidata da Loredana Granata, responsabile dell’ufficio tirocini del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali – che ormai si ripete con grande partecipazione da parte degli universitari. La redazione catanese di LiveSicilia ha sposato questa iniziativa e ha invitato i ‘tirocinanti’ a realizzare un’intervista a uno dei protagonisti che ‘lezione’ dopo ‘lezione’ hanno avuto modo di incontrare (da remoto) e conoscere. Testimonianze viventi che hanno conosciuto da vicino la forza del male mafioso ma hanno scelto di combatterlo attivamente. Per la pubblicazione è stato selezionato il lavoro di Elisa Sorbello. La studentessa ha scelto di raccontare la storia di Luana Ilardo, figlia di Luigi, ammazzato nel 1996 in un agguato di mafia. Luigi Ilardo è stato un boss che ha deciso di cambiare vita diventando un infiltrato all’interno di Cosa nostra. Per anni è stato confidente della Dia e del Ros, poi ha maturato la scelta di entrare nel programma dei collaboratori di giustizia. Purtroppo le pallottole sono arrivate prima. Un racconto drammatico che tocca i nervi scoperti delle istituzioni deviate. Luana Ilardo però ci dà un grande insegnamento: per cambiare è necessario lottare, urlare, combattere. La legalità si conquista dalle piccole cose per raggiungere quelle grandi. Buona Lettura,
Laura Distefano,
Coordinatrice della redazione catanese di LiveSicilia

L’intervista curata da Elisa Sorbello

CATANIA – Studenti della Facoltà di Scienze Politiche e Sociali di Catania, hanno avuto la possibilità, grazie al tirocinio svolto presso l’Associazione Antiracket e Antiusura “Libera Impresa”, di intervistare persone che si sono confrontate con il fenomeno mafioso. Tra di esse, Luana Ilardo, figlia del boss pentito, Luigi Ilardo. cugino di Giuseppe Madonia – reggente del mandamento di Caltanissetta. Ilardo venne freddato sotto la sua abitazione a Catania il 10 maggio del 1996. Luana comincia a raccontare la storia di suo padre, un uomo da lei descritto come coinvolto nella mafia, ma che non era en pendant con quell’ambiente. Scherzosamente dice di lui che “fino a diciannove anni portava i calzoncini corti e si spaventava anche dell’ombra sua”. La famiglia Ilardo soltanto in seguito a spiacevoli dinamiche familiari, si “fonde” con quella dei Madonia che, rimasti orfani di madre in tenera età e con il padre già latitante, vengono accolti in casa degli zii, dove crescono insieme ai cuginetti, più come fratelli che come semplici cugini. 

Luana racconta che il padre, in seguito all’arresto, sconta una pena detentiva di undici anni, durante i quali subisce gravi vessazioni e realizza di voler cambiare rotta. Chiede al dott. De Gennaro, allora capo della Dia, di poter collaborare con la giustizia e mentre si trova ancora in carcere, si comincia a progettare il suo ritorno nell’organico di Cosa Nostra, come infiltrato. Collabora con l’autorità giudiziaria per un anno e mezzo, nel corso del quale fa compiere circa cinquanta arresti. Tutto doveva culminare con l’arresto di Bernardo Provenzano. Nonostante egli avesse indicato un luogo ed un tempo esatti in cui i Carabinieri avrebbero potuto arrestare il boss, essi si limiteranno a fare un appostamento e un rilievo fotografico, senza entrare mai in azione. Così, Ilardo, inizierà a nutrire seri dubbi riguardo la reale volontà dell’arresto da parte dei Carabinieri del ROS. Per questo decise di rivolgersi alla magistratura per raccontare ciò che sapeva. 

Il 2 maggio del 1996, si reca a Roma per intraprendere un percorso collaborativo ufficiale. Luigi si aspettava (e sarebbe dovuto accadere in effetti) di entrare nel programma di protezione, ricevere una scorta ed essere portato in località protetta, date le sue rivelazioni scottanti. Ma non accadde. L’Ilardo venne rimandato a Catania senza nessuna precauzione. L’entrata ufficiale nel programma di protezione venne posticipata al successivo quattordici maggio ma noi conosciamo già il triste epilogo della sua vita.

Ecco alcune delle domande e rispettive risposte, rivolte dagli studenti nel corso dell’intervista:

Cosa significava essere figlia di Luigi Ilardo e cosa significa ora, dopo la sua morte?

“Prima della morte di papà,è stata una sfortuna,levando ovviamente il rapporto personale con lui. Nascere in una famiglia di queste,non è un pregio o un piacere.[…] Durante la mia infanzia ogni 15 giorni, andavo in galera a trovarlo e non è una bella condizione da vivere per una bambina. Anche dopo la sua morte è stato un disastro.Accettare quello che è accaduto non è stato facile”.

Che reazioni ci sono state dopo la morte di suo padre da parte dello Stato?  

“Nessuna. Nessuno mai ha pensato – ma forse queste ragazzine che si sono imbrattate del sangue del loro papà, hanno bisogno di una psicologa, un consultorio per poter dimenticare quello che hanno visto? Come non c’è stato questo, non c’è stato nient’altro”.

Si può pensare che suo padre sia stato rimandato a Catania da solo per eliminarlo?

“Lo penso, perché quando sento dire dai magistrati che la loro professione gli impone, quando ci sono situazioni del genere, di blindare totalmente il soggetto, il dubbio sorge”.

Crede ancora nello Stato? Cosa chiede oggi allo Stato con cui suo padre ha collaborato?

“Credo nello Stato, anche perché se non credo allo Stato a chi dovrei credere? Alla mafia? Non ho alternative. Quello che chiedo è la verità su cosa è accaduto”.

Se suo padre non si fosse dissociato dalla mafia, lei lo avrebbe fatto? 

“Non so come mi sarei comportata, sono sincera. Non perché non sia giusto camminare in un percorso di legalità, ma per l’infinito amore che io provavo verso mio padre. Nonostante io fossi la figlia di un mafioso, non sarei diventata una mafiosa. Mio padre, per me e mia sorella, desiderava altro”.

Ha mai formulato pubblicamente delle accuse su chi potesse essere mandante dell’omicidio di suo padre?

“L’ho fatto pubblicamente e da un punto di vista giudiziario con l’intervento fatto in commissione nazionale antimafia. Ho ricostruito tutta la vicenda secondo gli atti giudiziari, i processi, le deposizioni. Dopo ho mosso pesantissime accuse verso soggetti che facevano parte della magistratura, dei ROS dell’epoca. Ovviamente lo stesso trattamento l’ho riservato anche ai mafiosi”. 

Esistono in Italia associazioni che si occupano di scavare nelle vicende rimaste oscure come la trattativa Stato-mafia? 

“Le associazioni esistono. Quella più vicina a me è il movimento delle Agende Rosse capitanato da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Lui più di una volta ha gridato pubblicamente che gli assassini di mio padre, sono gli stessi di suo fratello”. 

Nonostante voi siate dalle parti opposte della barricata, c’è un filo che collega lei e i figli di Paolo Borsellino, vi accomunano queste vicende oscure sulla morte dei vostri genitori. Avete mai avuto contatti? 

“Le nostre ideologie sono diverse, perché loro negano l’esistenza della trattativa e assolvono gli uomini del ROS. Di conseguenza siamo su due piani ideologici lontani. Ovviamente non mi permetto di giudicarli. L’unica certezza che ho, su cosa mi accomuna a loro, è che tutti speriamo di avere la verità su quello che è successo ai nostri genitori”. 

Del percorso di legalità e di antimafia, ne ha fatto lo scopo della sua vita, oppure oggi fa altro? 

“Nella vita mi sono occupata di protezione civile, di volontariato. Gli impegni sul fronte antimafia si fanno per coscienza e per lasciare un buon messaggio. Ho studiato ma poi purtroppo sono stata costretta a lavorare. Però proprio qualche mese fa, ho acquistato il mio primo libro universitario perché ho il sogno di prendere una laurea”. 

Anche i suoi fratelli hanno portato avanti questa battaglia per vostro padre? 

“Fin da piccola mi sono sentita responsabile nei loro confronti. Ho deciso di espormi io in nome di tutti. All’inizio erano molto preoccupati e temevano che avessi potuto subire delle ritorsioni. Io ho proseguito lo stesso e nonostante le paure, si sono schierati con me. Non nascondo però, che preferisco che facciano la loro vita un po’ più in penombra”. 

L’incontro con Luana Ilardo si è concluso con queste parole di incoraggiamento agli studenti…

“Vi faccio un in bocca al lupo di tutto cuore! Se lo potete fare, studiate. Lo studio vi può rendere liberi, non solo di essere qualcuno, ma anche di fare qualcosa di buono per questo paese”. 

Questo articolo è stato estrapolato dalla testata giornalistica LIVESICILIA CATANIA.

SI ringrazia la redazione di Live Sicilia e la Giornalista Laura Distefano per il loro contributo.