
Il mattino del nove aprile 2015, la moglie di RENATO, si presentava dai carabinieri e con tono accorato formalizzando la denuncia di scomparsa del marito, dell’imprenditore agrumicolo paternese, del quale non aveva più notizie già dal giorno prima.
Diceva che aveva appreso dal suocero che RENATO si sarebbe recato a Belpasso al fine di incontrare delle persone. Da qui la grande preoccupazione della famiglia, Renato voleva incontrarsi con Navarria, deciso a ribellarsi a quella imposizione che lo opprimeva danneggiando la sua famiglia e la sua attività.
Renato trovò lì non uomini, ma esseri di una crudeltà e di una violenza inaudita, pensavano, questo ci ha già denunciati, per questo infierirono su di lui, venne flagellato all’interno di un casolare, lo uccisero, il suo corpo venne poi dato brutalmente e senza alcun barlume di pietà alle fiamme sotto una montagna di pneumatici. Mandante ed esecutore, assieme ad altri quattro complici, fu il boss mafioso Aldo Carmelo Navarria.
Renato era tutto per me e per i miei figli, afferma la moglie, a loro hanno tolto la felicità di avere accanto un padre che adoravano, un padre esemplare.
A distanza di undici anni da quel giorno, i miei figli non hanno mai smesso di soffrire; anzi, il dolore oggi, gravato anche dalla rabbia contro i mostri che hanno ucciso il padre, è ancora più forte del passato. So solo che abbiamo il cuore spezzato, la notte non si riesce più a dormire tra ansie e paure, un trauma così forte che non potremo mai dimenticare!
Ho visto le lacrime di mio suocero, per aver perso in maniera così violenta e assurda suo foglio, il dolore di tutta la famiglia ci ha lasciato senza parole.
“Sono dei mostri” Ormai nulla è più lo stesso!
Mi hanno distrutto la famiglia lasciando un vuoto incolmabile, ho dovuto fare da padre e da madre e non è semplice. L’assenza di Renato ha provocato un immenso dolore nei miei figli. Mio marito non doveva fare questa fine, non meritava tutto quello che ha subito. Lui amava la sua famiglia e voleva liberarsi da quei parassiti che gli chiedevano il pizzo. Nonostante il dolore, a gran voce, diciamo che siamo orgogliosi dell’uomo che era, del coraggio dimostrato nel non volersi piegare all’illegalità.
Griderò sempre, vogliamo sia fatta giustizia.
Non vi fate prendere in giro, chi si è pentito è un mostro, per lui non ci potrà mai essere un perdono ma occorrerebbe una pena esemplare. Questi mostri non sono degni di vivere.
Devo anche dire “Grazie allo Stato”, alla Magistratura, ai Carabinieri all’associazione Antiracket Libera Impresa onlus, Loro ci hanno sempre sostenuto per potere arrivare agli assassini di mio marito.
Renato non è morto! Renato VIVE. Renato vive in me, nei suoi figli, ripete Rosanna, e quanti lo hanno amato e non dimenticato…Renato vive perchè il suo coraggio deve essere un esempio, la battaglia quotidiana per la legalità, si continuerà a raccontare la sua storia, tanti si ispireranno per combattere la mafia…Renato vive in quegli uomini dello Stato che lottano per la legalità e contro il malaffare… Renato non sarà dimenticato, oggi Abbiamo avuto l’onore di accogliere, insieme al nostro Dirigente scolastico prof. Luciano Maria Sambataro, i familiari di Renato Caponnetto: la sig.ra Rosanna Asero, il sig. Vincenzo Caponnetto, la sig.ra Graziella Caponnetto, la sig.ra Maddalena Caponnetto e il giovane Andrea Costanzo, la cui testimonianza ci ha profondamente emozionati.
Un sentito ringraziamento va anche al dott. Rosario Cunsolo, al dott. Vito Palumbo, alla dott.ssa Cettina Garraffo, al luogotenente Roberto Caccamo, al tenente dott. Sergio Bertolino, al capitano dott. Giuseppe Rizzo e al dott. Michelangelo Lo Monaco, oltre alle associazioni e alle forze dell’ordine intervenute, per aver condiviso con noi un messaggio così importante.
Particolarmente toccanti la lettera letta dalla sig.ra Graziella Caponnetto e le riflessioni dei nostri studenti.
Abbiamo concluso la giornata con la piantumazione di un ulivo nel cortile della nostra scuola: un simbolo vivo di memoria, impegno e speranza, che crescerà insieme alle coscienze delle nuove generazioni.
Perché educare alla memoria significa costruire il futuro.
Paternò 10/Aprile/2026
Rosario Cunsolo

